Paolo Patui e Angelo Floramo leggono e raccontano: Volevamo essere i Tupamaros


mercoledì 30 novembre 2005 • 20:45 Sotto la Loggia di San Daniele del Friuli

“I Tupamaros – disse Lucio con i suoi occhi fieri da bambino – non hanno regole, fanno quello che vogliono, quando vogliono, se gli va di combattere gli americani combattono gli americani, se gli va mangiano ghiaccioli, sennò giocano a pallone, oppure vanno a fare il bagno a mezzanotte anche se non si può. Noi saremo come loro”. Paolo Patui, Volevamo essere i Tupamaros
Forse non si tratta di cinque racconti, ma di un romanzo in cinque puntate. A raccontarlo a spezzoni e singhiozzi ci pensa il protagonista di una storia, infarcita di calcio e di storia, nata sulle spiagge di Lignano in mezzo a un gruppo di ragazzini che si sentono importanti perché si fanno chiamare Tupamaros e nemmeno sanno chi sia Che Guevara e che finisce in mezzo a una sera di neve in cui si urla di gioia per la liberazione di Giuliana Sgrena e si finge di non sapere, o davvero non si sa, il resto. E il resto è Calipari che muore assieme al calcio. In cinque racconti la vita del protagonista cresce e si modifica come il mondo che gli sta accanto e non solo. Bambino ribelle assieme a un gruppo di amici ribelli anch’essi (Volevamo essere i Tupamaros), si imbatte, presto o tardi che sia, nei primi turbamenti d’amore e di politica, non appena si rende conto che il calcio conta nella vita meno di quello che conti la vita stessa (Chiquito dieci e lode). E poi arrivano gli anni di piombo, e Moro rapito chissà se per gioco o per davvero e una partita da giocare proprio nel giorno della strage di via Fani (Abitualmente non vestivamo Marzotto), preambolo forse inevitabile agli anni del silenzio e dei tradimenti in cui la vita si riempie non più di passioni per la storia e gli eventi (l’allunaggio del primo racconto, il golpe cileno in Chiquito, gli anni di piombo del terzo episodio) semmai solo per l ‘impresa azzurra dell’82, in cui le passioni, le paure e le rabbie vere stanno altrove, perché qui in Italia paiono del tutto desaparacide (Non sapevo che Tardelli avesse urlato). E si chiude infine il viaggio nei nostri giorni, quando giocare a calcio sul serio non si può più, per gli anni, i dolori e il tempo trascorso. Da calciatore ad allenatore, il protagonista della storia guarda i suoi ragazzi giocare a calcio in mezzo alla neve, su un campo dove ormai non ci sono più righe, nè aree, nè dentro né fuori (Sotto semafora). E capisce che solo così, lontano dalle regole convenzionali, liberi dal conteggio dei gol e di quanti palleggi sai fare, il calcio può essere salvato. E forse non solo il calcio”. Così Gianni Mura su Repubblica di domenica 29 gennaio 2006, “Consigliamo la lettura di Volevamo essere i Tupamaros di Paolo Patui “storie di calcio di ragazzi in Friuli che sarebbero piaciute a Pasolini”.